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Se le chiacchiere stanno a Zero + 1

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Autointervista seriamente ironica a quei geni di #coglioneNo

a cura di Alessandra V. Monaco

“Tanto i workshop vanno bene sempre a culo”.

Be’ sì. In effetti, una buona dose di fattore C la differenza la fa. Ma non basta. Serve l’ingegno, la creatività, l’attitudine. Serve il talento. E loro – i ragazzi del collettivo ZERO (al secolo Stefano De Marco, Niccolò Falsetti e Alessandro Grespan) – di talento ne hanno da vendere. Per la facilità con cui riescono a tirar fuori visioni originali di qualunque cosa gli si metta per la testa. Per le sagaci interpretazioni. Per la freschezza comunicativa. Per l’immediatezza. Per l’ironia. Loro che con #coglioneNo – campagna di sensibilizzazione per il rispetto dei lavori creativi – hanno saputo rappresentare, in un linguaggio diretto e innovativo, il problema (ormai tristemente ritrito) di una generazione alle prese con il precariato e lo svilimento della professionalità. Riuscendo a toccare le corde di molti (ben oltre i confini della categoria in questione). E a farlo divertendo.

Bene, lodi decantate. Mi toccava: me l’hanno fatto promettere l’ultima sera al CFF, alla fine di un’intervista per cui non c’era budget. Tant’è che loro se la sono dovuta cantare e loro se la sono dovuta suonare. Della serie: fatevi una domanda, datevi una risposta. C’era anche Luca Di Giovanni, (l’unico vero) attore protagonista dei tre episodi #coglioneNo.

Alessandro: Molti vi avranno chiesto come nasce l’idea di #coglioneNo. Io vi chiedo: come muore?

Luca: Muore nel momento in cui provi a rifarlo. Muore nel momento in cui pensi che se ne possa fare una serie con dieci video. Muore nel momento in cui pensi che #coglioneNo sia rappresentativo di qualsiasi cosa nel mondo. Perché in realtà non è rappresentativo di niente. È una cosa che avevamo voglia di dire. Punto. Senza pensare a dove ci avrebbe portato.

Alessandra: Cosa fate per evitare di essere identificati come “quelli di #coglioneNo”?

Luca: Continuiamo a lavorare, a fare altre cose. Sicuramente è stato un momento importante in cui la gente si è accorta che esistiamo e ha riconosciuto in qualche modo il nostro lavoro. Se da qui a quando moriremo nient’altro di quello che faremo verrà riconosciuto, forse era culo (a quanto pare, il fattore C è il sottile filo rosso di questa chiacchierata – ndr). Se invece continueremo a lavorare vorrà dire che è stato un momento, sicuramente importante, ma solo un momento della nostra esistenza.

Niccolò: Chi eravate prima di #coglioneNo e come è cambiata la vostra vita (se è cambiata) dopo?

Stefano: Noi di ZERO eravamo sempre ZERO. Avevamo lanciato un piccolo virale – Dubbio Made in Italy -e avevamo fatto un po’ di lavori, tra cui Erasmus 24_7, il primo documentario sull’Erasmus finanziato con un crowdfunding, girato durante tutto lo scorso anno in giro per 7 città europee, seguendo 7 studenti durante la loro esperienza Erasmus e che è in fase di uscita (quindi si spera che tra un po’ diventeremo “quelli di Erasmus 24_7”). Cos’è cambiato dopo? Be’ sicuramente siamo tornati tutti in patria stabilmente (prima eravamo a Berlino io e Niccolò e a Londra Alessandro). La cosa più bella è che grazie a #coglioneNo siamo riusciti a parlare con interlocutori più importanti che avessero la possibilità di farci sviluppare cose nostre. Poi abbiamo scritto un libro che uscirà a settembre con Mondadori e che si intitola Forse cercavi. Luca: Io prima di #coglioneNo facevo già questo lavoro da un po’ e avevo già collaborato con Niccolò. Ricordo la vergogna con cui mi disse che non mi potevano pagare! Il mio primo lavoro gratis, fondamentalmente, è stato però azzeccatissimo, perché veramente ho creduto nel progetto (come si dice in questi casi). Quando mi hanno raccontato l’idea era talmente bella che ho detto: “Sticazzi, facciamolo!”. E poi, pochi sanno che, in realtà – inizialmente – dovevo recitare in uno solo dei tre episodi. Per gli altri due c’erano altri due attori (non bravi come me!). Ma dopo averli girati e montati, hanno capito che c’era qualcosa che non funzionava e allora Niccolò mi ha richiamato e mi ha chiesto di essere in tutti gli episodi. Io mi ero talmente divertito e appassionato la prima volta che ho detto: “Ma sì, famone anche venti!”. Dopo cos’è cambiato? Sicuramente qualche persona in più di prima si è accorta che io esisto.

Luca: Ma voi che cosa volete fare? Nel senso, dove vi piacerebbe arrivare con il vostro lavoro? Che tipo di esperienze non avete ancora fatto e vorreste fare? E soprattutto, fantasticando, per cosa vi piacerebbe essere ricordati? Che tipo di artisti vorreste essere?

Niccolò: Vorremmo essere degli autori. Vorremmo però farlo senza disturbare nessuno. Vorremmo divertire senza rutti e scoregge, come si fa nel 90% dei casi in Italia. Oppure anche con le scoregge e con i rutti, ma non fini a sé stessi. Poi, in realtà, tutti e tre ci siamo sempre detti che non è scritto da nessuna parte che dobbiamo fare questo lavoro per forza. Quindi siamo tutti disposti a tornare a fare quello che facevamo prima, cioè: Ale lo spacciatore di eroina a Londra, io il bracciante agricolo e Ste il metalmeccanico. Quindi siamo tutti perfettamente disponibili a tornare in campagna, a Londra e in officina. Anzi, c’è una parte di noi che lo vuole proprio. Luca: Io, invece, vorrei vivere facendo questo, facendo l’attore. E mi piacerebbe fare le cose belle. Vorrei arrivare ad essere uno che può scegliere: questa cosa sì, questa cosa no. Sarebbe proprio il top. Però, se non ci arrivo, va bene lo stesso fare le cose brutte dove mi pagano. Tutti vorrebbero diventare Di Caprio, ma si vive bene anche da Vaporidis.

Alessandra: Cosa vi è rimasto dell’esperienza al CFF?

Niccolò: Dunque, ci è rimasto: Rodolfo Valentino, la sensazione di un’esperienza ggiovane che può crescere e dare tanto, potenzialmente (quindi speriamo che ci richiamino il prossimo anno… e che ci sia un clima migliore per andare a mare). Poi ci è rimasto il rimborso spese (che ora ci beviamo al bar), la mangiata di pesce, … Alessandro: Qualche video e la dimostrazione che riusciamo sempre a cavarcela, anche quando le cose sembrano andare per il peggio… Stefano: L’esperienza del workshop andata a buon fine… Niccolò: Tanto i workshop vanno bene sempre a culo.   …e stavolta è andata così: